Modi creativi per tornare a casa. Da Reggio Emilia a Varese passando da luoghi inaspettati

19.05.21 02:30 PM Commenti Di Lorenzo

Ogni volta che vado a trovare mia sorella a Reggio Emilia cerco di escogitare itinerari sempre nuovi per i viaggi di andata e ritorno. Oltre al classico trasferimento autostradale, negli anni ho provato un po’ di tutto, ma questa volta ho deciso di intraprendere un percorso decisamente più avvincente. Si tratta di un giro poco adatto a chi non disponga di una certa resistenza alla guida continuativa nel misto e con tratti che possono assomigliare più ad un estratto dell’Eroica che ad una strada vera e propria: motociclista avvisato…


La frizzante aria primaverile si intrufola negli spiragli della giacca mentre punto il becco del Tiger alla volta di Langhirano, percorrendo le pacifiche strade provinciali che mi accompagnano fuori da Reggio in direzione di Montecchio. Il sole splende sui campi e la linea dell’Appennino fa da guida mentre attraverso le ancora sonnecchianti cittadine di pianura in direzione del fiume Parma, omonimo della ben più nota città patria – tra le altre cose – del prosciutto.




Scendendo verso Langhirano l’occhio viene attratto dall’imponente castello di Torrechiara, un maniero quattrocentesco situato sulla cima di un colle a destra del fiume, in una posizione dominante e visibile da chilometri di distanza; inaspettatamente i castelli si riveleranno il filo conduttore di questo viaggio, a dimostrazione che l’esperienza sul campo è ben più sorprendente di qualsiasi pianificazione, per quanto ben fatta. I ritmi serrati non consentono una deviazione a tema medioevale, quindi proseguo in direzione di Cozzano, scollinando attraverso una strada meravigliosamente attorcigliata lungo la quale val la pena fare una pausa alla chiesa di San Bartolomeo che domina la vallata e la strada in direzione di Calestrano.


Passando il torrente Baganza si attraversa Terenzo e si imbocca una delle strade più belle d’Italia: la SS62 anche nota come strada della Cisa. La Cisa non penso abbia bisogno di presentazioni, per importanza storica (corre parallela alla via Francigena) e bellezza di panorami e di guida che toccano vette altissime. Il passo è piuttosto affollato e personalmente penso valga la pena scollinare e fermarsi qualche chilometro dopo, allo spiazzo sterrato che offre una vista a perdita d’occhio verso Pontremoli. 




La caratteristica di questo itinerario è quella di muoversi in diagonale attraverso vallate, le cui strade statali corrono parallele tra di loro. Per questo i tratti “di taglio” si sono rivelati quelli più interessanti, ma anche più complessi come nel tragitto da Pollina al passo del Brattello, dove la “strada” è larga meno di due metri e attraversa boschi fittissimi; alcuni passaggi sono segnati come sentiero del Club Alpino Italiano. Ringrazio i due signori di Villa Vecchia che – vedendomi evidentemente perplesso all’ingresso di una strettoia lastricata poco più larga del Tiger – mi hanno rassicurato sorridendo sul fatto che fosse la strada giusta. Gli scorci sui viadotti della Cisa sono la costante di questo tratto, mentre ci si muove in direzione della SP39 verso Bratto. Questa strada è tanto bella da guidare quanto poco nota ai più e lo testimonia il fatto che dall’inizio del passo fino a Borgo val di Taro abbia incontrato un solo motociclista, a fronte delle decine presenti sulla Cisa.


Il castello di Compiano sbuca quasi all’improvviso arroccato su una cima rocciosa e vistosamente impalcato per lavori di ristrutturazione. Ma nonostante siano le due e lo stomaco borbotti, la curiosità vince e per fortuna! Si può entrare nel borgo tramite una delle porte originali e si risale all’interno guidando letteralmente immersi in una atmosfera degna di un palio a cavallo. La rocca trova le sue origini già nell’anno Mille ad al suo comando si sono succedute famiglie note, dai Malaspina ai Farnese nel corso di oltre 800 anni. Le stradine interne sono ripide e lastricate in pietra e salgono fino all’ingresso del castello, purtroppo non accessibile.




Bedonia una pausa è d’obbligo, anche perché “Bedo” è da sempre il mio soprannome quindi mi sento particolarmente coinvolto. Il Seminario Vescovile è immerso nel verde poco fuori il paese…situazione perfetta per una pausa pranzo all’ombra della imponente Basilica di San Marco, la cui cupola argentea brilla nel sole del primo pomeriggio. All’interno regnano un silenzio e una pace incredibili, mentre la luce ed i colori delle vetrate e dei dipinti colpiscono per intensità e dimensioni.


Il punto di svolta verso Nord è il passo del Tomarlo, situato lungo la SP81 al confine tra Liguria ed Emilia Romagna a cui si arriva valicando il passo Montevaccà. Come per il Brattello, la strada si rivela allo stesso tempo divertentissima e priva di traffico, persa come è tra piccoli paesini e fitti boschi. Il tratto che scende verso Ferriere in compenso è abbastanza disastroso…il mix di fondo sconnesso e quantità di curve la renderebbe più adatta ad una prova di rally che ad una gita domenicale, anche se le faggete a perdita d’occhio trasmettono un senso di pace che compensa gli scossoni dell’asfalto.




A metà discesa il castello di Gambaro accompagna l’ultimo tratto del rientro verso Piacenza con la sua bellezza semplice, lontana dai fasti delle grandi fortezze, ma a suo modo discreto e quasi amichevole. Anch’esso appartenuto alla famiglia Malaspina, è stato completamente ristrutturato nel 2013 ad opera della famiglia Alberoni ed oggi può essere visitato, oltre ad ospitare un Bed&Breakfast ed essere a disposizione per cerimonie ed eventi.


La stanchezza inizia a farsi sentire nella seconda metà del tragitto lungo la Val di Nure fino a ponte dell’Olio, dove si prende la SP45 verso Piacenza. L’ingresso in autostrada appare come un miraggio dopo oltre sette ore di curve e saliscendi e mentre il cruise control mi accompagna verso casa ripenso a quanti luoghi stupendi ho attraversato e a quanti meriteranno in futuro una visita più approfondita.

 

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